Padova Capitale dei Locali Gay
Padova diventa sempre più capitale dei gay. Tanti locali, saune, discoteche, circoli, associazioni, manifestazioni e pura una strada e un argine per gli amanti del battuage, il rapporto occasionale dove vedi, scegli e consumi subito. Riportiamo un'intervista che fa scoprire un mondo a molti sconosciuto, ma presente nella nostra città.
(Dal corriere del Veneto) Li incontriamo nel locale gay-friendly di Enrico, il Bertelli’s bar, nel centro di Padova. Daniele, capelli raccolti, barba, ex giocatore di rugby oggi modellista, ha ancora il dito steccato dopo il pestaggio subito la scorsa settimana: «Le ho prese e tante ma sono sicuro che non appartenevano a Forza Nuova o ad altri gruppi organizzati. Erano napoletani». Come si sta a Padova? «A parte questo fatto, bene, molto bene, si respira una bella aria, l’ho visto ora dalla solidarietà che ho ricevuto e lo vedo da quello che ci succede intorno».
Succede cioè che l’offerta gay di Padova sia diventata la più ricca del Veneto: sette locali, e poi saune, discoteche, circoli, associazioni, e pure una strada e un argine, per gli amanti del battuage, il rapporto occasionale dove vedi, scegli e consumi subito. L’ex rugbysta Daniele è un esperto: «Mi piace, mi eccita, mi dà un brivido unico. Puoi fare tutto in silenzio, senza neppure conoscere il nome della persona, senza impegni sentimentali, così, nature. Non è prostituzione, siamo solo molto più promiscui di voi». Anche Enrico non disdegna: «Lui invece non capisce niente, è etero», scherza indicando Stefano. Ci sono i generi e per ogni genere il locale adatto. Per esempio, Daniele preferisce i bears, gli orsi, «quelli pelosi, panzoni, sui 50-60. Mangiano un sacco, bevono birra, vestono in pantaloni di jeans e camicia a quadri tipo boscaiolo». Quando vuole conoscere un orso Enrico va al Flexo, un locale della zona industriale dove c’è un sorta di centro omosex. A fianco del bar, una sauna e di fronte altri due locali, il Pixelle che ora ha chiuso e che era frequentato dalla comunità delle donne, lesbiche naturalmente, e un hot dog cruising bar dove «paghi il biglietto e fai sesso con chi vuoi».
Poi ci sono i leather, amanti dei pantaloni in pelle, sospensori vari, fondoschiena libero e retina anteriore. Li chiamano anche berlinesi e sono i favoriti di Enrico: «Me piase». Quando gli viene il trip del berlinese prende la macchina e si precipita all’Officina di Limena. Lì se ne possono trovare a gruppi. E chi ama il berlinese in genere detesta «il fuffa, l’effemminato spinto» e anche il fashion victim gli sta stretto. Perché il fashion è per lui troppo curato con quelle sopracciglia rifatte, quell’aspetto patinato, il ciuffo stirato, i vestiti griffati «e magari una tracollina di Luis Vuitton. No - dice Daniele - peloso tutto la vita». E comunque, se proprio proprio volesse cuccare un fashion, andrebbe all’affollatissimo Anima di via Vicenza. Ultima categoria: i palestronzi. «Sono i muscolosi nacisisti che se la tirano un po’». Negativo. Al bar il terzetto ride e scherza e parla liberamente di sesso. Entrano alcune amiche dall’aspetto mascolino. C’è anche Gioia: «Perché vengo in un locale gay? Beh, perché non ci sono altri locali aperti. Andavo al Pixelle che non esiste più. Insommna, io sono stata a Londra, Bercellona, New York e li potevo baciarmi per strada con la mia compagna. Qui siamo ancora bigotti».
Daniele ci porta dunque sull’argine che lui ama, quello del battuage. Sembra di entrare in un ambiente pasoliniano: periferia industriale, campi, buio. Ragazzi e uomini che si muovono come ombre. «Ecco, vedi, se tu vuoi andare con qualcuno, gli fai un cenno e t’infratti lì, in mezzo a quelle frasche. Mi piace Padova anche per questo. A Treviso e Verona non è così». A Verona ci sono i tradizionalisti antinapoleonici delle Pasque Veronesi che dicono no. A Treviso c’è Gentilini. Oltre a quel padre Floriano Abrahamowicz, vulcanico lefebvriano, che parla così: «Purtroppo la società non reagisce più ai vizi contronatura. E’ in atto il dissolvimento di cui parlava San Paolo nella seconda epistola ai Tessalonicesi. Mi auguro che Padova non faccia la fine di Sodoma e Gomorra e che dei nuclei sani di famiglie cristiane e cattoliche tradizionali vincano con virtù il vizio regnante, per il quale Dio si riserva la vendetta». Per monsignor Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova, che ha sposato la «dimensione dell’accoglienza», sono brividi.






